
I butteri mi piacciono. Per il loro aspetto severo, i modi ruvidi, quella smorfia di iniziale diffidenza sul viso segnato dal sole. Una cosa sola con il loro cavallo, il primo sguardo è fugace ma il secondo ti inchioda. Se capiscono che ami i cavalli e il loro andare selvaggio, si fermano, ti danno tempo, altrimenti tagliano corto, un colpetto di tacco sul fianco del cavallo, le briglie dall’altro lato e nel silenzio se ne vanno.



Non si rivolge loro la parola con la stessa nonchalance con cui chiedi a un passante un’indicazione. No. Ci pensi un attimo. Hai paura di dar fastidio, di essere inopportuna. Loro avanzano sul loro cavallo e ti sembrano distanti di qualche secolo mentre abbassi il finestrino della macchina. Allora ci fermiamo. Scendiamo. Marta in prima linea, affascinata da quel bel numero di cavalli sellati e conodotti silenziosamente in uno spiazzo nel bel mezzo della campagna. Alla mia curiosità uno di loro risponde che il giorno dopo avrebbero fatto la merca dei cavalli e le prove di abilità. Sì, si poteva assistere, volendo.
Be’ la merca ce la siamo persa (abbiamo fatto tardi…ma forse non è stato un caso, chi lo sa ?) ma le prove di abilità no.
Li abbiamo visti sfrecciare, nelle loro camicie bianche in groppa a cavalli belli e regali, dal temperamento focoso e dall’agile corpo dalle linee nervose. La monta è quella maremmana, naturalmente, i cavalli quasi tutti di razza tolfetana.
Intanto si preparavano panini con le salsicce oppure col prosciutto dei fratelli “Orchi” e del mitico “Lallo” i salumieri rispettivamente di Tolfa e di Allumiere mentre le ciambelline al vino e all’anice erano già in bella mostra dentro le confezioni artigianali, legate con la rafia, con quella magnifica croccantezza tutta racchiusa in quell’anello imperfetto. Un po’ di vino, le panche di legno e quel profumo di brace tutto intorno. E poi loro, loro che andavano fendendo il vento, il corpo proteso sopra la criniera scomposta e gli occhi di Marta ipnotizzati, silenziosamente fissi sul cavaliere di turno, mentre in piedi sulla staccionata di legno si sporgeva in avanti. A distrarla solo il panino con la salsiccia. La piccola buttera briccona.

luglio 19th, 2009

C’è una terra dove a primavera i faggi si slanciano in uno sforzo nuovo di verde, dove crescono orchidee selvatiche dalle forme più strane, dove i cavalli scorrazzano allo stato brado in mezzo alla macchia con i loro puledrini ancora traballanti sulle esili zampette condividendo spesso la stessa radura con le vacche maremmane dalle regali corna a lira, mentre un’aquila Biancone solca maestosa il cielo terso e poi si arresta sospesa a mezz’aria facendo “lo spirito santo”. Nascoste da arbusti, alberi e mucche al pascolo, puoi scorgere nel folto della vegetazione i segni lontani di quel meraviglioso popolo che furono gli Etruschi, rovine di necropoli e villaggi completamente abbandonate, dove la natura ha ripreso il sopravvento annodando alberi alle vecchie mura, allagando le tombe e ricoprendo antichi tumuli. Una terra che ha un odore tutto suo e che ti regala la sensazione esaltante di essere catapultato indietro di centinaia d’anni. Una terra aspra e selvaggia che sa essere anche dolcissimo riparo ombroso e rifugio sicuro.



I monti di Tolfa sono la mia città, il mio paese, la mia stanza disordinata da ragazza. Ecco, quando mi immergo in questo bagno caldo di natura selvaggia, quando arrivo qua per quella strada tortuosa è come se rientrassi in quella stanza di adoloscente o come se riprendessi in braccio quel batuffolino che ero io quando sono nata. Qui sono le mie radici. Qui i miei genitori hanno costruito da soli una casetta piccola piccola in mezzo agli alberi. Qui mi portavano a respirare l’aria buona. Qui avevo tutti i miei nascondigli per poter sparire ai loro occhi per quanto tempo volevo. Qui rubavo un pentolino e mi rifugiavo con mio fratello Checco sotto i maraschi a cucinare terriccio e foglie di alloro, rosmarino, lumache e tutto quello che trovavo, piccoli riti segreti da sciamano; qui vedevo partire mio fratello Tato con la catana a tracollo [tipica borsa del posto tutta in cuoio] per le sue solitarie escursioni da cui tornava con un bottino tutto suo (ghiande, foglie, piante, sassolini per la fionda). Qui ho giocato infiniti nascondini duranti i quali si riusciva anche a mangiare e a dormicchiare.



E qui torno, appena posso, per ritemprarmi e rigenerare ogni singola fibra di quell’esserino un po’ rintronato, sconclusionato e confuso che sono io in queste ultime settimane. Ed è come tornare a casa. Qui, dove il vento sfiora corde ancestrali suonando una musica antica.
Quand’è così i miei occhi color di corteccia, diventano verdi, di un verde foglia, verde cespuglio, verde chioma d’albero, verde ramarro, verde scarabeo e poi l’anima si stria di rosso adorante, di celeste etereo, di giallo ginestra e ancora dei mille colori del prato primaverile. E’ così che puoi rinascere. E’ così che riesci a sentire gemme nuove spingere sotto la pelle, sono speranze nuove, piccoli raggi di sole da proteggere e regalare con un primo sorriso felice. E’ così che senti battere il tuo cuore dentro il petticello di quella ghiandaia che vola via benedetta dal sole.



E poi lei, lei che zompetta in mezzo al prato selvaggio, si incammina sola, un metro scarso d’altezza tutto pieno di curiosità e di coraggio, in mezzo alle vacche maremmane con i vitelli, ai cavalli selvaggi con i loro puledrini attaccati tutto il tempo, attraversando collinette e fossi, da sola, a tratti quasi non la vedo più. La chiamo ma non si gira, la chiamo ancora, si gira e mi guarda da lontano, da così lontano che posso solo intuire i suoi occhi un po’ accigliati, la fronte aggrottata in uno sforzo di comprensione. Cosa c’è, pensa. Cosa c’è mi chiedo. C’è lei. E la sua meravigliosa indipendenza infiocchettata di testardaggine. C’è il suo andar da sola per un pezzo sconosciuto di campagna selvaggia e aspra, con uno sguardo consapevole, maturo, incontro alla brezza mite del tramonto. Lei con i suoi tre anni in bocciolo. Si guarda intorno e allarga le braccia abbozzando un sorriso. E’ contenta. E’ tutto qua, pensa. E’ tutto qua, penso, racchiuso in questo filo di orizzonte, la mia vita e il senso dei miei giorni.
giugno 11th, 2009

Vento vento e ancora vento. La Sardegna è sempre battuta da un vento inesorabile che può girare velocemente o soffiare in modo insistente sempre dalla stessa direzione, ma comunque sia, non riesci mai a eluderlo. Abbiamo girato in macchina per più di 50 kilometri alla ricerca di un lembo di costa dove spaparanzarci e fare un bel tuffo nel blu, ma per tutto il pomeriggio ci siamo dovuti accontentare di vedute mozzafiato e scorci panoramici di rara bellezza, ma con soste veloci perchè poi il vento tagliente ti toglieva la voglia di fermarti.

Le spiagge deserte, a volte grandi e lunghe a perdita d’occhio, i promontori rocciosi, le calette nascoste che riuscivi ad avvistare solo sporgendoti dalla strada panoramica, tutto quasi inaccessibile, se non per pochi minuti, il tempo di guardarsi intorno esterrefatti, godere dei colori e del profumo inebriante di mare e di macchia mediterranea portati dal vento, una foto e via, di nuovo in cammino.



A un certo punto non abbiamo potuto negare a Marta un piccola passeggiatina in una caletta dove la sabbia era granito rosa sbriciolato e tutto intorno corbezzoli e ginepri, alberelli di mirto, arbusti di cisto e orchidee , insomma un paradiso terrestre…




E ancora in viaggio, come dannati nell’inferno di Dante, senza pace, per la pena del contrappasso lasciamo il caldo torrido della costa laziale per arrivare in questa terra di paradiso in cerca di quel pezzetto di mare dove buttarci e invece solo vento freddo… ma finalmente nel tardo pomeriggio, quando ormai le speranze erano quasi perdute, dopo qualche kilometro di sterrata, arriviamo finalmente in una caletta dove il vento arriva a folatine sopportabili e allora… siiiiiiiiiiiiiiiiii… parte la grande rincorsa !

luglio 8th, 2008