
Un amuse-bouche da fare al volo, se in frigo riposano delle melanzane grigliate annoiate, rimaste da qualche precedente sbocconcellamento.
Niente dosi, solo una brevissima descrizione : posto un cubetto di mozzarella di bufala al centro della fetta di melanzana, quest’ultima si chiude a fagottino fermandola con uno stecchino e poi nel forno caldo a 169°. Pochi minuti e poi via a tavola con un po’ di zest di limone, fiori di geranio e foglioline di melissa (entrambi ben lavati e asciugati), e qualche goccia vellutata di Acet-up.

La prima sorpresa che si svela al palato è l’accostamento mozzarella (ammorbidita) e buccia di limone, la prima ammanta il palato in un velo di grassa lattiginosità, che viene poi ravvivata dalla freschezza della seconda, che in qualche modo restituisce una bella pulizia in bocca. Segue poi l’erbaceo del geranio e il sentore unico, leggermente piccante della melissa (con le sue preziose proprietà tranquillanti e tonificanti). Nel finale si affaccia con dolce energia la crema balsamica Acet-up di Paltrinieri.

Un piattino fresco, invitante, che stuzzica l’appetito. Potrebbe anche essere uno dei vari elementi di un antipasto composito, insomma a voi la scelta di come, dove e quando…intanto Bon Appetit !
giugno 8th, 2010

Oggi è una giornata strana, piove, esce il sole, tira vento, le nuvole galoppano in cielo lasciando scoperti pezzi di azzurro metallico, poi un drappo grigio piombo ricopre tutto all’improvviso e piove, piove di nuovo, quasi grandina. Io ondeggio da una parte all’altra della casa senza posa, con un’irrequietezza fastidiosa che mi scompiglia i pensieri e allora non c’è niente di meglio che ancorare gli umori ballerini a …
2 uova
130 g. zucchero a velo
100 g. di burro
30 g. di olio di arachidi
350 g. di yogurt
260 g. di farina 00
1 cucchiaino da caffè di sale marino integrale fino
zest di 1 limone non trattato
1 bustina di lievito vanigliato

E così tiro fuori il robottino con le fruste elettriche e metto su subito le uova sbattute e lo zucchero a velo, lascio sbattere con pazienza, senza fretta, mentre preparo il resto degli ingredienti. Quando le uova sono belle spumose, aggiungo il burro sciolto al micronde e l’olio, lascio andare ancora le fruste vigorose, poi è la volta dello yogurt e della zest di limone; via di frusta allegramente e a seguire la farina setacciata con il sale e infine il lievito. Lascio lievitare un’oretta nel forno tiepido, nel frattempo taglio a pezzetti il cioccolato fondente monorigine “Belizze” e lo infarino appena.

Questo cioccolato proviene appunto dal Belize, il piccolo stato centroamericano che si affaccia sul Mar dei Caraibi. La varietà di cacao è il trinitario (67%), un ibrido di criollo e forastero con prevalenza di pregiato profumatissimo criollo. Al gusto si staglia netto il sentore di liquirizia e dolci note di tabacco. A me queste tavolette di Silvio Bessone fanno morire, per cui saccheggio spesso e volentieri il magazzino di GustoShop e a casa mia non manca mai un buon assortimento.
Imburro e infarino lo stampo da plumcake, ci sistemo uno strato di impasto, poi lascio cadere una manciata di pezzi di cioccolato, di nuovo l’impasto, ancora cioccolato, impasto e cioccolato. Inforno a 200° per circa 30 minuti. Prova dello stecchino obbligatoria.
Guardo Tom & Jerry abbracciata alla ranocchietta, i miei pensieri cullati dal dolce trafficare in cucina hanno trovato pace, intanto l’ultimo scampolo di sole si affaccia dalle nuvole, in equilibrio sul filo dell’orizzonte, si lascia stancamente tirar giù e affonda nel mare cupo. Il profumo del plumcake invade tutta la casa.
E’ ora della merenda !!!
Due fette di plumcake e due cucchiaini di confettura di pere e susine selvatiche della Val’d'Agri in Lucania con l’80′% di frutta, senza conservanti coloranti nè additivi chimici (un’altra confettura da urlo targata Boschi e Contrade), un buon tè e siamo pronti per un’invitante merendina…

marzo 12th, 2010

> Mamma ma pecchè non facciano una cottata ?
> Già, why not ? Ma la voglio golosissima, questa volta
> Sììììììììììììì gologosissima !!!
Ecco le dosi e le istruzioni per una “cottata gologosissima” :
PASTA FROLLA
- 300 g. farina
- 3 tuorli
- 180 g. burro
- 100 g. zucchero a velo
- zest di limone
- zest di lime
CONDIMENTO
- 2 tavolette di fondente monorigine Santo Domingo 71%
- 1 cucchiaio di extravergine Villa d’Orri
- 1 cucchiaino di pimentos de la Vera
- qualche chicco di sale rosa dell’Himalaya
Taglio il burro ben freddo di frigo a dadini. Metto la farina sul piano di marmo e comincio a “sfarinare” il burro, passando i dadini fra le dita ben infarinate (come quando si fa il gesto dei soldi). Poi lo dispongo a fontana, setaccio sopra lo zucchero a velo, metto al centro i tre tuorli e un po’ di zest di limoe e di lime e infine inizio a impastare con la forchetta e poi con le mani toccando rapidamente con i polpastrelli, per pochi minuti fino a creare una pasta morbida. In frigo nella pellicola per mezzora a riposare.
Imburro e infarino il testo. Stendo la pasta con il mattarello, la sistemo nel testo e la faccio cuocere nel forno già caldo a 180 ° con della carta da forno e dei fagioli secchi sopra, per non farla sollevare. Sì perchè mi frulla in testa l’idea di una crostatina di cioccolato fondente, niente confetture stavolta.
Ecco, penso subito a un fondente del cioccolataio magico Silvio Bessone. Più precisamente al monorigine Santo Domingo che proviene da una varietà ibrida spontanea di Criollo e Forastero : all’inizio c’è un che di bosco, toni umidi e freschi di fiori che si aprono, poi arrivano suoni bassi di tabacco, cuoio, profumi sinuosi di vino e nocciole.
Faccio fondere nella cioccolatiera (ma basta un tegamino a bagnomaria) 2 tavolette da 100 g. l’una di cioccolato Santo Domingo spezzettate e un bicchiere di latte intero fino ad ottenere una salsa voluttuosamente densa, che verserò ancora calda sulla crostata nuda.

Lascio raffreddare (anche troppo…24 ore!!!) e condisco praticamente come un piatto di spaghetti : giro di extravergine, sale e peperoncino !
L’extravergine è il Villa d’Orri, un blend di due cultivar tipiche sarde : bosana e semidana, che in bocca risulta fruttato, con note lievi di erbe e di carciofo. Lega sorpredentemente bene con il cioccolato, aggiungendo note verdi a quelle brune e scure del fondente.
Il sale è quello rosa dell’Himalaya, a chicchi medi, che contrasta la dolcezza del cioccolato con sferzate sapide e spezza la morbidezza della crostata con un crunch di tutto rispetto.
Il pimentos de la Vera è una varietà di peperoncino tipica della regione dell’Estremadura che viene tradizionalmente affumicato con del legno di quercia. E’ l’ingrediente fondamentale del famoso chorizo, la salsiccia spagnola piccante. Regala una striatura speziata e affumicata che ben si amalgama al cioccolato e all’extravergine.
Gologosissima, vero ?

Con questa ricettina partecipo al contest di Alter gusto :

gennaio 29th, 2010

Un pugno di broccoletti, avanzo della sera precedente, languiva nella padella abbandonata sui fornelli. Non mi decidevo…un volauvent, una torta rustica, no, troppo banale, oggi è domenica e ho già pronto un secondo di tutto rispetto. Ci sono, una pasta ripiena ! Per amalgamare il ripieno c’è un bel pezzetto di Monteveronese d’allevo dell’alta Lessinia in frigo che fa proprio al caso. Il resto verrà facendo…
La genesi è, come (quasi) sempre, improntata all’improvvisazione, come piace a me. Però mi sono impegnata a misurare gli ingredienti man mano che li risucchiavo dentro la ricetta, per non ricostruire il tutto a posteriori con immensa difficoltà.
Dose per tre :
2 uova
farina 00 quanto basta
1 pizzico di sale
1 cucchiaino da caffè di curcuma
50 g. di broccoletti precedentemente cotti aglio e olio in padella
10 g. di Monteveronese d’allevo
4 ciliegini semi-dry Faraci
2 coppini di brodo vegetale
pepe della Tasmania

Metto la farina a fontana, nel mezzo sbatto un uovo intero e un tuorlo, un pizzico di sale e un cucchiaino da caffè di curcuma, sì perchè volevo una pasta aromatizzata, che desse un contenuto più importante. Pian piano poi tiro dentro la farina e comincio a impastare con le mani. Mi piace. Il composto è ancora bagnato e viscido per la chiara d’uovo e anche un po’ freddo ma poi gradualmente la farina dà corpo e, superata la fase “appiccicosa”, si approda a un impasto liscio, omogeneo, morbido che cede sotto le mani e assorbe la spinta delle braccia. Dà gusto a maneggiarlo. Ne faccio una palla e la lascio riposare nella pellicola per una mezzora.
Tagliuzzo finemente i broccoletti in punta di coltello. Lo stesso faccio con il Monteveronese e li mescolo per bene fino a ottenere una bel composto sodo e omogeneo.
Stendo la pasta con la macchinetta, sottile (8), metto il ripieno su metà della losanga che ne esce e poi copro con l’altra metà. Pian piano comincio a pressare la sfoglia partendo dal mucchietto del ripieno a sigillarlo bene, senza aria. Poi taglio con l’apposito attrezzetto e appoggio il raviolo su un plateau cosparso di semola. Vado avanti fino a finire la sfoglia. Vengono circa 12 ravioloni.

Metto le patate a cuocere a vapore nella pentola a pressione. 15 min. dal fischio. Passo al passapatata quando sono ancora calde. Ci unisco il brodo vegetale in modo che il tutto venga abbastanza lento. Poi rimetto sul fuoco in modo da far restringere un po’, perchè mi piace a salsina, non troppo cremosa nè acquosa. Aggiusto di sale.
Nel frattempo lesso i ravioloni circa 7 minuti. Li tiro su con la ramina, delicatamente e li appoggio ad asciugare su un canovaccio pulito.
Adagio in ogni scodella un coppino di salsa di patata, metto uno o più ravioli (ma quanto mi piacerà fare le prove!!!) e poi servo, però… ci manca uno “zigghetto”, qualcosa che dia vivacità alla salsa di condimento…

Ho i ciliegini semidry Faraci in dispensa, urrà ! Il parziale processo di essiccamento ha concentrato i sapori lasciando però il pomodorino polposo. Sono già conditi, con aglio, basilico, origano e un cenno lievissimo di peperoncino. Naturalmente niente conservnati, coloranti ecc. Una goduria. Li tiro su dal barattolo, li taglio finemente e li metto qua è là nel piatto. Danno un tocco di acidità e di colore.
Una macinata di pepe della Tasmania, con il suo sentore fresco e floreale, profuma il piatto in modo entusiasmante.

E’ pronto. Soddisfazione immensa. Tutti si leccano i baffi. Il pranzetto domenicale è cominciato bene e poi è proseguito anche meglio…siete curiosi ? Alla prossima puntata allora …stay tuned !



A proposito quale “impiattamento” è più carino ?
ottobre 25th, 2009

Di quel magnifico tartufotto ricevuto in dono vi avevo già parlato qualche tempo fa. Per prima cosa ci preparai un’insalata “mare e boschi” (questa) e per seconda cosa ci feci questo primo vibrante di gusto.
Le dosi approssimative - as usual - x 3 mangioni :
- 250 g. di tagliatelle di Campofilone
- ottimo extravergine di oliva
- una ventina di gamberi opp una decina di gamberoni
- 4 o 5 funghi porcini
- 1 tartufo estivo, ma anche metà o un pezzetto basta !!!
- 1 spicchio d’aglio
- 1 peperoncino piccante
N.B. per chi non avesse a disposizione un tartufino estivo fresco, lo trovate in barattolo già a lamelle, oppure ridotto in crema grossolana, tutte e due ottime soluzioni proposte dell’azienda Sapori di Bosco che trasforma con sapienza i prodotti dei boschi molisani. Se invece volete proprio il top del nero, potete approvigionarvi della purea di tartufo nero pregiato al 98% proposto da Tartuflanghe (il nome dice tutto…). Si tratta di tartufo nero pregiato, raccolto d’inverno nella vocata terra di Langa, molto più intenso e persistente di quello estivo. Tutte ciò e anche molto di più, da noi, a GustoShop.eu !

Prendiamo il tartufo fresco e lo spazzoliamo energicamente per rimuovere eventuali residui di terra.
I funghi li puliamo invece con uno straccio umido usando estrema delicatezza e se in alcuni punti non ci riesce di rimuovere la terra, spelliamo solo quel pezzetto. Poi li tagliamo grossolanamente, gambi e cappelle.
Sgusciamo i gamberi o i gamberoni e li priviamo del budellino con un’ incisione sul dorso. Una metà li lasciamo interi e l’altra metà li tagliamo a pezzetti piccoli a fare uno specie di ragù che darà sostegno e sapore al condimento per la pasta. Le teste le mettiamo in acqua fredda e poi sul fuoco fino a tirar fuori un brodino che sarà utile per mantecare la pasta.
Mettiamo lo spicchio d’aglio e il peperoncino in padella con l’extravergine e li lasciamo soffriggere dolcemente, poi li togliamo dall’olio e aggiungiamo i funghi porcini a pezzettoni. Li lasciamo rosolare qualche minuto, poi mettiamo il coperchio e facciamo cuocere a fuoco moderato evitando accuratamente di fargli perdere troppa acqua.
Ma veniamo alle tagliatelle. No, questa volta non le ho fatte io, ma ho sfoderato dalla dispensa la pasta di Campofilone de “L’Antica Pasta”, di cui vi ho già parlato qui. La mia ancora di salvezza quando non ho tempo per impastare, ma voglio comunque un ottimo risultato.
Caliamo le tagliatelle nell’acqua salata in ebollizione e le scoliamo quanto cominciano a venire su a galla, al dente. Le ripassiamo in padella con i funghi a fuoco moderato aggiungendo il brodino di teste di gambero e anche i gamberi (a ragù e interi), nello stesso tempo. Mantechiamo la pasta fino a creare una salsina morbida e cremosa. L’importante è non fare cuocere troppo i gamberi che a mio avviso dovrebbero rimanere morbidi, senza arricciarsi e colorarsi di arancio. Io addirittura li amo mezzi crudi, ma quello è al gusto personale di ciascuno.
Se doveste usare la crema di tartufo questo è il momento di amalgamarla alla pasta, in padella, fuori dal fuoco, prima di impiattare. Se invece usate il carpaccio di tartufo già pronto, lo sgocciolate dalla salamoia e lo disponete sulla pasta già impiattata, prima di servire. Per il fresco, invece, rigorosamente all’ultimo secondo.
Siamo pronti, un giro di extravergine a crudo e possiamo portare in tavola e spolverare di lamelle di tartufo fresco con l’apposito attrezzetto, proprio sotto al naso dei nostri commensali, che godranno con gioia di questo spettacolo.
E si parte così per una passaggiata sul filo dell’orizzonte fra terra e mare, ai confini col cielo !

Che ci beviamo su ? Un Poggio della Costa 2006 di Sergio Mottura. Mai provato ? E’ un grechetto in purezza prodotto con uve da agricoltura biologica, affinato in botti di acciaio, senza passaggio in legno. Colore cristallino, archetti fitti e lacrime lente a confermare una consistenza notevole. Al naso persistente, emerge subito il gelsomino, poi piccoli fiori bianchi e note agrumate, fine ed elegante. Persistente anche in bocca, secco, di buon corpo, la sequenza gustativa ricalca in pieno quella olfattiva e la qualità è chiaramente percepibile. Un gran bel vino. Esuberante ma elegante al tempo stesso. Un altro gioiello di Sergio Mottura che nell’alto Lazio, ai confini con l’Umbria, con dedizione e acume punta sul biologico da tempi non sospetti… diciamo almeno un ventennio ! E i risultati sono clamorosamente positivi. Ma ne parleremo ancora…
stay tuned !

ottobre 11th, 2009

Abbiamo conosciuto Sergio Pitzalis all’inizio del 2009 ed eravamo rimasti molto ben impressionati dai suoi formaggi tanto da tornare un altro paio di volte a far scorta. Non ci hanno mai deluso, anzi, sempre più conquistati. E poi da lui ci si sente a casa perchè regna la semplicità. Sergio e la mamma (quando viene in “continente” - già perchè le origini sarde sono evidenti dal nome, no ?) lavorano nel laboratorio, la moglie allo spaccio antistante il laboratorio e i tre figli fuori a giocare e a fare i compiti. Dallo spiazzo davanti allo spaccio vedi i suoi greggi al pascolo, ti puoi affacciare al laboratorio a vedere quel che fa, insomma tutto è all’insegna della trasparenza. Così abbiamo capito che doveva essere dei nostri. Marta si è messa a salare le grandi forme di pecorino a latte crudo e intanto si è ancora chiacchierato e messo a fuoco la linea di pensiero che lo muove. Grintoso e determinato, sorridente e pieno di contagiosa energia, Sergio ha una gran voglia di fare bene le cose che ama fare da sempre : i formaggi.

Siamo a qualche chilometro da Bracciano, borgo medioevale famoso per il suo castello Orsini Odescalchi, che si erge impettito nella piazzetta della parte storica e guarda verso il lago con un panorama che toglie il respiro. Qui, nella bellissima campagna romana costellata di suggestivi costoni di tufo, Sergio Pitzalis ha la sua tenuta dove alleva circa mille pecore e qualche decina di capi di capra sarda, che puoi vedere sparse nel pascolo dietro al laboratorio. Siamo andati a trovarlo incuriositi da quel gioiello che è il Caciofiore della Campagna Romana, Presidio Slowfood, di cui lui è uno dei pochissimi produttori. Un formaggio adatto anche ai vegetariani, dice, perchè il caglio utilizzato per produrlo non è animale (usualmente agnello o capretto) bensì vegetale, ottenuto dal fiore del cardo selvatico secondo un’antichissima tradizione risalente agli antichi Romani.
Lo scrittore latino Lucio Ginio Moderato Columella nel suo trattato “De rustica” del 50 d.C. scrive : “Conviene coagulare il latte con caglio di agnello o di capretto, quantunque si possa anche rapprendere con il fiore di cardo silvestre o coi semi del cartamo o col latte di fico. In ogni modo il cacio migliore è quello che è stato fatto col minimo possibile di medicamento”. Parliamo dunque di una tecnica le cui radici si perdono nella notte dei tempi e per questo Sergio Pitzalis lo ha chiamato il “Caciofiore di Columella”.
Un prodotto interessantissimo, di cui ci siamo innamorati immanentemente. Ottenuto dal latte di pecora fresco di mungitura, lasciato intero e crudo (quindi non pastorizzato) e di conseguenza con tutte le sue proprietà nutritive e le sue caratteristiche organolettiche pressochè intatte : la forma è piccola, raccolta, squadrata, con i lati leggermenti arrotondati. La crosta giallognola racchiude un cuore di formaggio a pasta morbida, dal sapore intenso, non salato e lievemente amarognolo. I profumi ricordano l’aroma di paglia bagnata e verdure cotte, mentre in bocca tende a sciogliersi rilasciando un’esplosione di sapore, con retrogusto astringente e pungente.

E poi tante altre prelibatezze parlano della qualità di questo piccolissimo caseificio : il pecorino stagionato, il caprino di media stagionatura, entrambi a latte crudo, il pecorino con il peproncino, quello con la grappa Fili Ferru la ricotta di pecora fresca, la ricotta di capra fresca, la ricotta di pecora affumicata e quella cotta al forno e insaporita con finocchietto selvatico o erbe aromatiche.






Qui sopra : pecorino a latte crudo, caprino a latte crudo, caciofiore, ricotta di capra, ricotta di pecora al forno e ricotta di pecora affumicata.
Mentre Marta sala con perizia (che nella vita precedente fosse una casaretta ?) muovendo con sapienza quelle manine minuscole sulle grandi forme di pecorino, Sergio si allontana un attimo, le manine si fermano, gli occhioni neri accigliati lo seguono, una voce stentorea risuona nel laboratorio : “Pizzaz ! Eni pi !” [Hei Pitzalis, dove te ne andresti così senza chiedere il permesso ? E mi lasci qui sola a salare i tuoi pecorini ? Vieni qui, e anche alla svelta!].



ottobre 8th, 2009

Questa pasta così fresca, leggera e profumata è decisamente estiva e l’ho riproposta in questi ultimi scampoli d’estate. Al sapore intenso e dolce dei gamberi rossi si aggiunge il tocco dello zest agrumato che in questo piatto è determinante così come quello speziato, leggermente piccante, dello zenzero.
Partiamo con le dosi, allora, sempre per tre :
300 g. di eliconi trafilati al bronzo Faraci
10 cucchiai di olio extravergine
6 zucchine
15 gamberi rossi
1 arancia
1 radice di zenzero
pepe al mulinello a piacere
Per prima cosa preparo il condimento a base di extravergine zenzero e arancio che passato sul piatto alla fine regalerà freschezza e complessità. Sbuccio lo zenzero e lo gratto sull’apposito attrezzetto per ricavarne morbida polpa mista a succo. Sì, una delle mie armi segrete, reperita nel rifornitissimo negozio di caslinghi dove effettuo delle vere e proprie scorrerie durante le vacanze estive in montagna : Domanig, a Vipiteno.


Originariamente era una ferramenta, sempre di alto livello, ma poi nel tempo si è trasformata in un vero e proprio regno di tutto quello che concerne cucina e tavola : attrezzatura da cucina, complementi di arredo e servizi di piatti per la tavola, strumenti di cottura e degustazione, bottiglie e bottigline, completi da picnic, set da barbecue, borse refrigerate di tutti i tipi, insomma chi più ne ha più ne metta. Nel pieno centro del paese, è una costante tentazione ogni volta che ci passo davanti. E io, si sa, amo cedere alle tentazioni.
Anyway, dicevo, in una ciotola metto circa 5 cucchiaiate di extravergine buono e leggero e 3 cucchiai di succo di arancio, emulsionando bene. Poi aggiungo la polpa e il succo dello zenzero e abbondante zest di arancia. Mescolo bene e lascio aromatizzare l’olio per qualche ora, se possibile, in modo che gli altri ingredienti abbiano il tempo di sprigionare tutto il loro sapore impreziosendo l’extravergine che poi se ne può andare in qua e in là nel piatto a vivacizzare i profumi.

In un po’ di evo caldo in padella (5 - 6 cucchiai) butto giù lo scalogno affettato sottilmente e poi le zucchine tagliate a rondelle. Salo leggermente e lascio sfrigolare un po’, poi copro per portare a cottura, girando delicatamente di tanto in tanto. Una volta pronte le zucchine tolgo la padella dal fuoco e aggiungo i gamberi sgusciati, ripuliti dal budellino e lasciati interi.
Lesso gli eliconi trafilati al bronzo del pastificio artigianale Faraci in acqua abbondante e appena salata. Li scolo e li mescolo con le zucchine e i gamberi in padella. Il tempo di amalgamare e faccio i piatti.
Quando porto in tavola ognuno aggiunge a suo piacere l’olio aromatizzato e del pepe a mulinello. Tutto qua.
Un buon bicchiere di…..
Roero Arneis “La Villa” 2007 di Terredavino fa il resto. Morbido, armonico, dal bouquet ricco e ammaliante : fiori, frutta estiva, albicocca in particolare, che gli ha valso tanti riconoscimenti. Eccoli :
Gambero Rosso : 1 bicchiere
Duemilavini 2009 : 3 grappoli
Annuario dei migliori vini di Luca Maroni 2009 : 83/100
I vini di Veronelli : 86/100
Mica male, eh ?
settembre 10th, 2009

L’unione di queste due erbe aromatiche mi gusta particolarmente perchè i loro aromi legano alla perfezione seppure diametralmente opposti : acuto quello della santoreggia (ricorda l’origano secco e il timo), aromatico e dolce quello della maggiorana, con un profumo saturo che colpisce i sensi.
Ma veniamo alle tagliatelle. Adoro fare la pasta all’uovo in casa, ma quando non posso sfodero la mia arma letale : la pasta di Campofilone de “L’Antica Pasta”. Cosa hanno di speciale queste tagliatelle? Sono buone, porose e trattengono il condimento alla meraviglia. Del resto i pastai artigiani de “L’Antica Pasta” preparano la pasta all’uovo come si fa a Campofilone da tempi immemorabili: incorporando, cioè, alla semola di grano duro 10 uova (di galline alimentate NO OGM in allevamenti non intensivi) per 1 kg di farina, senza aggiunta di acqua, coloranti o conservanti. La tradizione di Campofilone vuole che la sfoglia venga tirata sottilissima e tagliata in fettucce che vengono separate e disposte a treccia su fogli di carta per alimenti. Procedura più unica che rara dal momento che le paste all’uovo sono normalmente disposte a nido. Il processo di essiccazione a bassa temperatura dura dalle 24 alle 36 ore, così da eliminare tutta l’umidità contenuta nell’impasto.Anche la tradizione di Campofilone si perde nella notte dei tempi, ma i primi documenti con riferimenti certi a questa pasta risalgono al Concilio di Trento del 1560, dove se ne parla come di una pasta “così sottile da sciogliersi in bocca”. Attestazioni successive si trovano menzionate nei quaderni di cucina di alcune casate nobiliari del XVIII e del XIX secolo, come i conti Stelluti-Scala e i conti Vinci. Anche il poeta Giacomo Leopardi, in una specie di promemoria di cucine e vivande indirizzato all’attenzione del cuoco di casa, elenca tre modi diversi in cui preferisce che vengano cucinati i prodotti pastai di Campofilone.
Tornando a noi, comincio sfilettando il coccio e tagliando i filetti succulenti a quadrotti . Li metto a marinare mezzoretta con un goccio d’olio extravergine, dei rametti di santoreggia e di maggiorana.
Metto dell’extravergine a scaldare su una padella già calda, poi calo giù i pomodorini sbucciati (tuffo nell’acqua in bollore - 20 secondi dentro - scola e tuffo in acqua e ghiaccio), e tagliati in quattro. Salo un minimo. Lascio sobbolire i pomodorini dolcemente, con il coperchio, quasi all’ultimo aggiungo il coccio con tutte le erbette della marinata, coperchio di nuovo e lascio andare due minuti, il tempo che il pesce perda la sua trasparenza e si colori appena di bianco.
Butto giù le tagliatelle nell’acqua salata in ebollizione e le lascio finchè non vengono su, poi un minuto e scolo. Le ripasso nel sugo di pomodorini, a fuoco bassissimo lasciando il sughetto morbido e avvolgente. Un tocco di sale aromatizzato alle alghe, prima di portare in tavola.

Ora si va di forchetta !!!

Ah già, e di bicchiere ? Come andiamo ? Bene, ci stappiamo un Preziosa di Strade Vigne del Sole. Si tratta di un uvaggio dei colli romani con malvasia rossa al 50% e il restante 50% trebbiano giallo, trebbiano verde e bombino. Al naso sentori floreali di gelsomino e poi fruttati, mela golden e pera. Gradevolissimo in bocca, dove si nota una giusta acidità che gli dà sostegno, e sapidità. Un bianco ben equilibrato, che sgrassa la bocca ad ogni boccone lasciando un bel finale ammandorlato.
(Un vino così a Euro 5,00 incl IVA? Yes, su GustoShop.eu !)
Prima o poi mi deciderò a dedicare un post tutto a loro, alla famiglia Cugini che gestisce l’azienda agricola da 8 generazioni con attenzione, cura e passione, facendo della riscoperta di antichi vitigni ormai scomparsi (autoctoni dei colli romani), la loro missione. Cin cin anche a loro!

AGGIORNAMENTO
P.S. Wenny mi ha coinvolto in un giochino : devo riportare qui il 5° rigo della pagina n. 161 del libro che sto leggendo attualmente, e allora eccolo qua :
“…fin troppo solerte, e dopo un po’ mio marito chiese loro di…”
Un tantino difficile indovinare, quindi svelo l’arcano, si tratta di “Una ragazza comune” di J.B.Schwarts. Bello, coinvolgente, un po’ doloroso e con un serpeggiante senso di claustrofobia che dalla seconda metà del libro prende direttamente alla gola. Non deve finire un gran bene, secondo me… vedremo !
Giro il giochino a Onde99 !
settembre 3rd, 2009

I nostri amici P.& P. ci hanno fatto un regalo prezioso : le loro alici sotto sale fatte a casa.
Di fronte a certe preparazioni che affondano le radici nella nostra storia centenaria, io provo una certa dose di deferenza : la mia coscienza si inchina a tanta sapienza e perizia che, distillata dal tempo, arriva fino a noi.
Il sacchetto ha giaciuto nel mio frigo per qualche minuto solo il tempo di potermi organizzare e cominciare la pulizia dei pescetti argentati per poterli poi riporre sott’olio e averli disponibili ogni giorno, affacciandomi al frigo.
La versione tradizionale, aglio e prezzemolo, è immensamente apprezzata a casa mia ed è stata eseguita “senza por tempo in mezzo” con una certa soddisfazione. Movimenti conosciuti, eseguiti nel solco di una dolce consuetudine, consapevole degli ottimi risultati.

Ma un’altra porzione di alici (decisamente minoritaria, non si sa mai…) è stata messa da parte per provare qualcosa di nuovo. Cosa può accompagnare e anche un po’ contrastare, perchè no, il carattere così particolare, appuntito direi, dell’alice sotto sale ? E così è uscito fuori il connubio esplosivo coriandolo e lime. Il lime addolcisce le note salate e aromatizza l’olio extravergine (Primo Bio dei fratelli Cutrera, DOP Monti Iblei, 3 olive Slowfood 2007, un must per gli appassionati di oli siciliani). Il coriandolo dà freschezza.



Ora quando apro il frigo per i miei pranzi improvvisati, i due barattolini ammiccano dal piano alto, sembra facciano a gara per essere notati e scelti, come se uno volesse prevalere sull’altro. E io, notoriamente di animo sensibile, per non ferire l’amor poprio di uno dei due, porto a tavola entrambi…
agosto 31st, 2009

Volevo un connubio fresco e invitante per le cozze e ho pensato al melone, primo perchè ce l’avevo in frigo, secondo perchè era un po’ che volevo provare il tocco dolce della frutta in contrasto con le note sapide delle cozze.
La ricetta tipica genovese del pesto avvantaggè (”avvantaggiato” dalla presenza di fagiolini e patate lessate con la pasta), l’avevo già proposta qui. Quando si parla poi di pesto io spesso baro aprendo un barattolino di pesto della ditta famigliare La Gallinara, della riviera di ponente (troppo comodo & troppo buono) e poi lo avvantaggio nel modo classico. E’ una scorciatoia assai efficace e gustosa.

Dunque le dosi, approssimative, come al solito, per 3 persone :
- 300 g. di pasta (chè noi siamo ignoranti quando ci mettiamo con le zampette sotto al tavolino!!!)
- 1 Kg di cozze pulite e private del bisso
- qualche cucchiaio di evo
- una manciata di fagiolini
- una patata sbucciata e tagliata a dadini piccoli
- 3 fettine di melone tagliate a bruonoise
- qualche cucchiaiata di pesto (qui dipende dal gusto personale)
-qualche goccia di colatura di alici di Cetara

Faccio aprire le cozze in un soffritto di evo e 2 spicchi d’aglio che tolgo prontamente appena rosolato. Tiro su le cozze e metto da parte. Filtro il sughino e metto in una casseruola per ripassarci la pasta.
Lesso i mitici conchiglioni trafilati al bronzo del pastificio artigianale Faraci (Sicilia) in abbondante acqua scarsamente salata insieme a fagiolini freschi e dadini piccoli di patate. Metto in una zuppiera qualche cucchiaiata di pesto, prelevo dall’acqua della pasta un paio di cucchiai di amido (quella schiumetta bianca a a pelo d’acqua) e li amalgamo con il pesto.

Con la ramina porto su e scolo i conchiglioni lasciandoli molto al dente (6 min.) e li porto a cottura nel sughetto delle cozze. Dopo un paio di minuti scolo anche patate e fagiolini e li aggiungo al pesto.
Scolo nuovamente i conchiglioni e li amalgamo al pesto avvantaggè. Li sistemo poi nel piatto con le cozze e i dadini di melone. Un filo d’olio extravergine leggero. Qualche goccia di colatura di alici di Cetara per esaltare il lato sapido del piatto.

Cosa rimane da fare ? Aprire una bottiglia, of course! Mi viene voglia di un vino fresco, di pronta beva, non troppo vigoroso. Pochi muscoli e tanto gusto, insomma. Scelgo il Muller Thurgau di Abbazia di Novacella. Un vino altoatesino profumato e aromatico che potrà accompagnare le note delicate di questo piatto, ma anche il sentore erbaceo del pesto così come quello sapido delle cozze. La sua freschezza dovuta alla buona acidità, saprà sgrassare la bocca a ogni boccone regalandoci sentori puliti e netti.
BUON FERRAGOSTO !

agosto 15th, 2009
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