Archive for giugno, 2009

Mentre ascolto Creuza de Ma (anche tu insieme a me?
) per la milionesima volta, trascinata dalle emozioni e dalla voce meravigliosa di Faber, morbida e profonda, a volte fragorosa, come il mare, preparo con gioia queste frittelle di bianchetti, che regalano in bocca quel sapore caratteristico di mare e alghe che a me fa impazzire.

Una sciacquata ai bianchetti e poi giù nell’uovo sbattuto con una manciata di prezzemolo tritato e un cucchiaino della gustosa crema di aglio rosso di Proceno. L’olio di arachidi caldo nella padella che sfrigola e l’intingolo calato a cucchiaiate. Ecco qua, pochi minuti e sono belle dorate, qualche istante a asciugare l’olio sulla carta assorbente e via in tavola per un antipasto che profuma di mare.



“E a ‘ste panse veue cose ghe daja’
cose da beive, cose da mangia’
frittua de pigneu giancu de Portofin
cervelle de bae ‘n’tù meximu vin…”
giugno 28th, 2009

Ho già parlato dell’aglio selvatico (qui), che con il suo tocco delicatamente erbaceo mi intriga tantissimo e allora eccolo qua questa volta utilizzato per un primo di mare.

Ora gli ingredienti x 4 :
300 g. di pasta (noi 3 etti ce li mangiamo in 3 ma convenzionalmente la porzione pro capite dovrebbe essere 70/80 g. giusto ?)
qualche bulbo di aglio selvatico
1 sacchetto di telline
una ventina di scampetti
una ventina di pomodorini
Un po’ di extravergine in padella a scaldare, un po’ di aglio selvatico pulito lavato e tagliato a pezzetti, poi i pomodorini precedentemente sbucciati (immersi in acqua in ebollizione per 20 sec, scolati e gettati nell’acqua con ghiaccio), tagliati in quattro e scossi nello scolapasta per fargli perdere acqua e semi.

Quando sono quasi pronti butto giù anche le telline e le faccio aprire, poi un attimo prima di aggiungere le linguine già lessate in acqua salata, metto dentro al sugo con le telline anche gli scampetti, che cuociono in 1 minuto. Ripasso la pasta sul fuoco basso, per asciugare debitamente il sugo e renderla cremosa. Eccola qua :

Che ci si beve su ? L’Adelaide di Strade Vigne del Sole, un uvaggio di quattro vitigni autoctoni dei colli romani : trebbiano giallo, trebbiano verde, pecorino, chiapparone. Questi vitigni hanno dei nomi incredibili, che solo qua, in questa parte d’Italia, potevano nascere. E questa originalità si rispecchia anche nei vini, cha hanno un timbro tutto loro. Il prezzo è incredibile rispetto alla qualità del vino (Euro 6,72 incl IVA presso GustoShop.eu) ma questo fa parte della politica “moderna” di questa antica cantina : qualità a buon prezzo. Da applauso.
Parliamo di un vino di struttura e buon corpo dal colore giallo carico e i profumi ammalianti di banana e ginestra, persistente in bocca. Quando arriva sulla lingua avverti un friccichio appena percettibile, un fremito sottile. Non c’è niente da fare, i vini di Strade Vigne del Sole sono una voce fuori dal coro. Non trovo mai il tempo per scriverne per bene. Ma rimedierò presto, intanto … alla salute !

giugno 25th, 2009

Prima che spariscano le fragole buone, questo spiedino è di facile preparazione e gran bell’impatto, non è altro che un’insalatina di fragole, basilico e caciofiore, un formaggio a metà fra ricotta e cacio, una squisitezza targata Sergio Pitzalis, di cui vi parlerò diffusamente in un prossimo post.
Un giro di buon extravergine (io ho usato l’Olio del Ministro – monovarietale di caninese denocciolata), una macinata di pepe bianco e qualche goccia di Acet-up, una crema balsamica ottenuta dal mosto di uva cotto acetificato in barili di rovere per almeno 4 anni. E’ una prelibatezza dell’Acetaia Paltrinieri, famosa per il suo ottimo aceto balsamico tradizionale di Modena, invecchiato 12 anni oppure 25 anni e per il Balsamotto, un prodotto giovane e disinvolto che vanta comunque 4 anni di affinamento in botti di rovere .

Quando ti aggiri nella loro bella villa in stile mantovano circondata da vigneti di trebbiano e lambrusco, all’ombra del campanile di Pieve di Sorbara (risalente al periodo di Matilde di Canossa), puoi percepire quell’odore magnifico che emana dai vaselli riposti nel solaio, contenti quell’elisir che distilla decine e decine di anni di storia in una bottiglina piccola piccola : il tradizionale. Un gioiello, insomma. E poi Guido Paltrinieri è una forza della natura, dotato di grande forza comunicativa, ti contagia con il suo amore per il suo lavoro, che è quello della sua famiglia da sempre. E’ lui che esegue personalmente i travasi e i rincalzi, seguendo regole e consuetudini antichissime. Quel posto lì ha un fascino che rasserena l’animo e i loro prodotti lo esprimono al meglio.

Mai fu così dolce “andare a Canossa” !!!
Approfitto per ringraziare Manuela alias Fiordivanilla per il premio che mi ha regalato :
G R A Z I E !!!


giugno 21st, 2009

Avete presente i tagliolini al tè Bancha che ho fatto qualche tempo fa ? Quelli li avevo conditi con gamberoni e pomodorini confit e furono un successone, da lasciarmi sbalordita.
Questa volta ho provato invece un condimento agrodolce, dai freschi sentori agrumati, con il profumo aromatico del basilico rosso e della pianta del pepe. Sicuramente qualcosa di appropriato all’estate che è già qui, seduta sul balcone a scolarsi drink gelati.

Cosa serve x 3 persone :
240 g. di tagliolini preparati come ho indicato qui
1 cipollotta fresca
1 mango maturo
1 pompelmo
qualche foglia di basilico rosso
qualche foglia di piantina del pepe

Poche mosse :
1. Tagliare il mango a quadretti e lasciarlo marinare nel succo e zest del pompelmo.
2. Scaldare l’evo nella padella, rosolarci la cipollotta affettata e calarci il mango a cubetti con il succo e la zest di pompelmo, lasciando andare a fuoco allegro per qualche minuto.
3. Ripassare nella padella i tagliolini al te Bancha cotti al dente e spezzettarci sopra basilico rosso e foglie di piantina del pepe
Servire guarnendo con basilico rosso e pianta del pepe, che ha davvero un sentore gradevolissimo di pepe !!!

E con questa ricetta partecipo al contest di Genny :
CI MANGIAMO UNA TISANA ?


giugno 14th, 2009

C’è una terra dove a primavera i faggi si slanciano in uno sforzo nuovo di verde, dove crescono orchidee selvatiche dalle forme più strane, dove i cavalli scorrazzano allo stato brado in mezzo alla macchia con i loro puledrini ancora traballanti sulle esili zampette condividendo spesso la stessa radura con le vacche maremmane dalle regali corna a lira, mentre un’aquila Biancone solca maestosa il cielo terso e poi si arresta sospesa a mezz’aria facendo “lo spirito santo”. Nascoste da arbusti, alberi e mucche al pascolo, puoi scorgere nel folto della vegetazione i segni lontani di quel meraviglioso popolo che furono gli Etruschi, rovine di necropoli e villaggi completamente abbandonate, dove la natura ha ripreso il sopravvento annodando alberi alle vecchie mura, allagando le tombe e ricoprendo antichi tumuli. Una terra che ha un odore tutto suo e che ti regala la sensazione esaltante di essere catapultato indietro di centinaia d’anni. Una terra aspra e selvaggia che sa essere anche dolcissimo riparo ombroso e rifugio sicuro.



I monti di Tolfa sono la mia città, il mio paese, la mia stanza disordinata da ragazza. Ecco, quando mi immergo in questo bagno caldo di natura selvaggia, quando arrivo qua per quella strada tortuosa è come se rientrassi in quella stanza di adoloscente o come se riprendessi in braccio quel batuffolino che ero io quando sono nata. Qui sono le mie radici. Qui i miei genitori hanno costruito da soli una casetta piccola piccola in mezzo agli alberi. Qui mi portavano a respirare l’aria buona. Qui avevo tutti i miei nascondigli per poter sparire ai loro occhi per quanto tempo volevo. Qui rubavo un pentolino e mi rifugiavo con mio fratello Checco sotto i maraschi a cucinare terriccio e foglie di alloro, rosmarino, lumache e tutto quello che trovavo, piccoli riti segreti da sciamano; qui vedevo partire mio fratello Tato con la catana a tracollo [tipica borsa del posto tutta in cuoio] per le sue solitarie escursioni da cui tornava con un bottino tutto suo (ghiande, foglie, piante, sassolini per la fionda). Qui ho giocato infiniti nascondini duranti i quali si riusciva anche a mangiare e a dormicchiare.



E qui torno, appena posso, per ritemprarmi e rigenerare ogni singola fibra di quell’esserino un po’ rintronato, sconclusionato e confuso che sono io in queste ultime settimane. Ed è come tornare a casa. Qui, dove il vento sfiora corde ancestrali suonando una musica antica.
Quand’è così i miei occhi color di corteccia, diventano verdi, di un verde foglia, verde cespuglio, verde chioma d’albero, verde ramarro, verde scarabeo e poi l’anima si stria di rosso adorante, di celeste etereo, di giallo ginestra e ancora dei mille colori del prato primaverile. E’ così che puoi rinascere. E’ così che riesci a sentire gemme nuove spingere sotto la pelle, sono speranze nuove, piccoli raggi di sole da proteggere e regalare con un primo sorriso felice. E’ così che senti battere il tuo cuore dentro il petticello di quella ghiandaia che vola via benedetta dal sole.



E poi lei, lei che zompetta in mezzo al prato selvaggio, si incammina sola, un metro scarso d’altezza tutto pieno di curiosità e di coraggio, in mezzo alle vacche maremmane con i vitelli, ai cavalli selvaggi con i loro puledrini attaccati tutto il tempo, attraversando collinette e fossi, da sola, a tratti quasi non la vedo più. La chiamo ma non si gira, la chiamo ancora, si gira e mi guarda da lontano, da così lontano che posso solo intuire i suoi occhi un po’ accigliati, la fronte aggrottata in uno sforzo di comprensione. Cosa c’è, pensa. Cosa c’è mi chiedo. C’è lei. E la sua meravigliosa indipendenza infiocchettata di testardaggine. C’è il suo andar da sola per un pezzo sconosciuto di campagna selvaggia e aspra, con uno sguardo consapevole, maturo, incontro alla brezza mite del tramonto. Lei con i suoi tre anni in bocciolo. Si guarda intorno e allarga le braccia abbozzando un sorriso. E’ contenta. E’ tutto qua, pensa. E’ tutto qua, penso, racchiuso in questo filo di orizzonte, la mia vita e il senso dei miei giorni.
giugno 11th, 2009

Mai parlato del pesce sciabola? Mi sa di no. Eppure è uno dei pesci che preferisco. Conosciuto anche come spatola, pesce bandiera, argentin, appartiene alla categoria del pesce azzurro, quindi particolarmente salutare (anche per il portafoglio), ha un sapore delicato e poche spine. Ha anche un aspetto curioso : il corpo lungo nastriforme è senza squame e schiacciato ai lati, il colore è argento chiaro. E’ molto versatile e si presta praticamente a tutti i tipi di preparazione : fritto, col sugo, marinato, al forno, ecc ecc.
Dal momento che può avere dei parassiti nascosti nella carne se si deve mangiarlo crudo o marinato, è sempre bene congelarlo, mentre con la cottura tradizionale non ci sono problemi.

Gli ingredienti ? Eccoli :
300 g. di pesce sciabola sfilettato
evo buono e delicato
succo e zest di 1 lime
2 cucchiai di aceto di lamponi
fleur de sal
Dunque, dopo averlo scongelato lentamente nel frigo, l’ho sfilettato velocemente (ha praticamente solo la pina centrale) e ho ricavato dal filetto delle fettine sottili con il coltello da salmone. La carne è bianca, soda, compatta, una meraviglia.
L’ho messo a marinare per 1 oretta con l’emulsione di evo, succo di lime, zest di lime e aceto di lamponi. Prima di servire una spolverata di fleur de sal.

Per il procedimento relativo ai pomodorini confit, invece, guarda qui, nella ricetta dei tagliolini al tè Bancha.
Poi per ogni persona ho messo in un cucchiaio da antipasto mezzo pomodorino confit e una strisciolina di carpaccio arrotolata con delle scorzette di lime.
E’ tutto pronto da gustare !

Che ci beviamo su ? Un vino dei castelli romani, quindi un vino leggerino, beverino, come da clichè ormai consumato… niente affatto ! Qui si parla di Optimo, un vino bianco di struttura e di notevole carica alcolica (13°), ottenuto da vitigni autoctoni dei colli (malvasia, bellone, bombino) salvati dal mitico vignaiolo Antonio Cugini dell’azienda agricola Strade di Vigne del Sole. Al naso arivano subito sentori di frutta matura : mela golden e pera. Poi arrivano le note floreali di ginestra e gelsomino. In bocca risulta intenso, fine e persistente. Buona sapidità e acidità che regala freschezza. Morbido e equilibrato. Adatto ai piatti di pesce, anche quelli di sapore intenso. Il prezzo ? Decisamente ridicolo confronto alla qualità del vino. Hanno deciso di risparmiare sulla bottiglia (ora più leggera) e sull’etichetta (meno plastificata ma comunque molto carina) per offrire un prodotto davvero notevole a un prezzo ottimo, come il vino, appunto. Da noi lo trovate a Euro 4,50 IVA inclusa.

Sicuramente il lavoro di Antonio e Alessandro Cugini (padre e figlio) che sono rispettivamente alla 7° e 8° generazione nella conduzione dell’azienda di famiglia, merita davvero un post a parte, tutto per loro, perchè sono un esempio di produzione virtuosa e impegnata, attenta a tanti aspetti. Gente seria, ma sempre con il sorriso sulle labbra.
giugno 6th, 2009

Ha fatto due giorni di pioggia a scroscio e io ho approfittato subito per darmi a piatti calorici (ogni scusa è buona per una ingorda di siffatta matrice…) e quindi scongelare quel magnifico coscio di capriolo che mi avevano regalato due carissimi amici. L’ho sezionato in più parti per farne uno spezzato. Poi ho fatto una marinata speziata con sentori dolci : vino rosso (un merlot siciliano), carote, sedano, aglio, ginepro, salvia, alloro, cannella e tanto anice stellato (che gioia a vederlo galleggiare così, con quelle “stelline” stilizzate !!! ).


Ho lasciato il capriolo a mollo per 3 ore, poi ho scolato e messo nel tegame con dell’evo caldo, lasciato rosolare e poi ho buttato giù la marinata così come era, aggiungendo un po’ di sale. Ho coperto e lasciato cuocere per 3 ore mescolando ogni tanto.
Ho preparato una buona polenta (che c’è voluto un certo coraggio a girare per un’ora…) e poi l’ho messo sopra con il suo sughetto scuro, voluttuoso… et voilà… gli amici si sono leccati i baffi !

giugno 4th, 2009

Ci sono giorni in cui il desiderio di fare la pasta all’uovo assurge a esigenza, ho proprio voglia di impastare la farina e le uova, e di vedere nascere dalle mie stesse mani quella che da bambina era la mia pasta preferita : le fettuccine. Ho ricordi ancora nitidi di quell’emozione che il rito della pasta fatta in casa suscitava, la sacralità di quei momenti è ancora impressa dentro di me e oggi che la preparo con gioia per noi tre è ancora così : una festa, un rito, un momento sacro.
Gli occhi di noi bambini erano incollati a quelle mani, le sue mani, ai movimenti sapienti che si ripetevano sempre uguali, a quello scorrere cadenzato dei gesti iniziali, rapidi e allegramente ritmati fino alle movenze più lente e ampie con cui stirava la pasta. Bella, sostenuta, porosa, dai confini appena incerti, sembrava un sole schiacciato, appiattito, lì sul nostro tavolo, immobilizzato con tutta la sua luce e la sua forza, solo nostro, tutto nostro.

Le fettuccine di oggi sono al timo, ossia con le foglioline di timo impastate dentro, per dargli un aroma diverso e una vivacità maggiore.
Poi le ho condite con lo speck d’anatra (petto d’anatra affumicato in baffe) opera dei grandi di Friultrota, di cui vi parlerò più diffusamente, una volta di queste. Ho affettato il petto d’anatra affumicato, l’ho tagliato a listarelle e messo nel burro precedentemente sciolto. Al petto non faccio sentire il fuoco neanche da lontano, per lasciarlo morbido e suadente. Gli concedo di assaggiare solo il calore del burro fuso e tanto deve bastargli. Poi arrivano le fettuccine ben scolate e sono abbracci sinuosi.
Nel piatto qualche fettina di petto affumicato a ventaglio e un nido di fettuccine accanto, un rametto di timo fiorito per un buon profumo di primavera e il pranzo può cominciare.
Anzi, no, alt. Non senza un calice di buona Schiava, che è un vino ottenuto proprio dall’omonimo vitigno autoctono dell’Alto Adige. Si tratta di un vino di facile beva, poco alcolico e poco tannico, di colore rubino scarico ma ricco di gradevoli sensazioni fruttate e particolarmente adatto ad accompagnare salumi e carni affumicate. E’ un vino un po’ trascurato perchè i vini che guadagnano la ribalta più facilmente oggi conquistando il mercato vantano caratteristiche assai diverse : robustezza, corpo e alcol. Noi invece coltiviamo un certo piacere nell’assaggiare e godere di quei vini che rimangono fuori dai circuiti illuminati delle guide pur esprimendo in pieno il loro territorio e costituendo il gemellaggio perfetto per tanti piatti.
E allora liberiamoci dalla schiavitù delle tendenze eno-giornalistiche stappando una bella Schiava dell’Alto Adige.
Cheers !

giugno 3rd, 2009