Archive for marzo, 2009

Conchiglioni ripieni di ricotta di capra e profumati di zafferano

Avevo visto l’altro giorno sul Gambero Rosso Channel una ricetta intrigante a base di paccheri, ricotta e zafferano così quando mi sono ritrovata a preparare per pranzo i conchiglioni il pensiero è andato immediatamente alla ricotta di capra che avevo in frigo (frutto di una perlustrazione nel Viterbese di cui vi darò dettagli più in là) e a come avrei potuto riadattare i miei ingredienti secondo quel poco che ricordavo della ricetta griffata.

Ecco il risultato.

Ho preparato un sughetto con evo, cipollotto fresco, passata di pomodoro (io uso quella di Orto d’Autore), qualche fogliettina di origano fresco e un pizzico di sale appena.

Ho scongelato un bicchiere di brodo vegetale al microonde, l’ho scaldato e ho lasciato un pizzichino di pistilli di zafferano in infusione per mezzora.

Ho lessato i conchiglioni trafilati al bronzo Faraci per 8 minuti anzichè 10. Li ho scolati e riempiti con questa ricotta di capra che io ho trovato semplicemente strepitosa: cremosa, dal gusto pieno senza essere troppo pungente e perfetta come punto di sapidità. Poi ho calato i conchiglioni ripieni uno per uno in un tegamino facendo attenzione a non capovolgerli. Nel tegamino li aspettava il brodetto di zafferano per sobollire insieme lentamente a fuoco basso per circa 3-4 minuti.

Ho messo un un coppino di sugo di pomodoro nel piatto spandendolo delicatamente. Ci ho adagiato sopra i conchiglioni ripieni di ricotta di capra e insaporiti con lo zafferano. Ho pensato che una grattugiata di ricotta di pecora al forno potesse chiudere il “cerchio gustativo” e delle foglioline di origano fresco dare un tocco di freschezza e anche di dolcezza al piatto. Buono, profumato, armonioso.

2 comments marzo 28th, 2009

Salumi e Formaggi ? Che pizza !

GustoShop e “Mastro Titta” di Civitavecchia (powered da Slow Food Civitavecchia), un sodalizio fondato sull’amore per la qualità e la passione per le cose fatte bene.

Fabio alias Mastro Titta è un ricercatore spinto di prodotti di altissima qualità utilizzati per vestire degnamente le sue auperbe pizze e la sera lo trovi lì nel suo locale a disporre gli ingredienti sulla “tela grezza” di pasta lievitata per 36 lunghe ore a creare un ”quadro” dal profumo inebriante, una tavolozza intrisa di colori, dove le forme e le consistenze si mescolano e si fondono sulla pasta morbida e fragrante allo stesso tempo. Un’opera d’arte dalle caratteristiche organolettiche impressionanti e caratterizzata dall’alta digeribilità, che non è proprio l’ultima cosa, a pensarci bene.

Ne parlavamo oggi con i miei colleghi di ufficio : se la pizza è buona puoi mangiarla anche fredda, se invece da fredda “la devi tirare in faccia al muro” allora vuol dire che nello stomaco l’effetto è lo stesso e se la conosci la eviti. Be’ la pizza di Mastro Titta, in quei rarissimi casi in cui ne avanza qualche pezzetto, il giorno dopo ci faccio pranzo, senza neanche scaldarla, a seconda del tipo. Non aggiungo altro.

Ma veniamo alla cena, che propone un percorso gastronomico variegato e stimolante che si snoda in varie tappe.

Si parte con un piatto di degustazione di Grandi Salumi e qui entrano in scena prodotti di nicchia, provenienti dalle mani sapienti di veri e propri artigiani del gusto con produzioni caratterizzate da numeri bassi e qualità decisamente alta. Parliamo di culatello di Zibello, prosciutto di Desulo, schiacciata di cinghiale, capocollo di centa senese e salame di bue di Carrù. Portiamo dunque in tavola frammenti di storia e cultura gastronomica del Piemonte, della Toscana, del Lazio, della Sardegna e dell’Emilia Romagna. Completano il piatto dei finger food a sorpresa firmati Mastro Titta.

Segue un trittico di pizze di autore in cui Fabio scatena il suo genio interpretativo. Ma non vuole anticipare nulla, chi verrà vedrà.

Poi è la volta dei Grandi Formaggi. Una degustazione che snocciola uno dopo l’altro alcuni tra i più grandi formaggi italiani, vere e proprie opere d’arte di Mastri Casari che lavorano ancora oggi come si faceva centinaia di anni fa. Si tratta di piacentinu ennese, castelmagno, montasio, pecorino dei Monti Sibillini, pecorino di Pienza accmpagnati da pere martinsec in agrodolce, miele di macchia mediterranea, confettura di melone cantalupo. Il latte è quello crudo (non soggetto a pastorizzazione) e a Km 0, ossia porveniente da pecore o vacche di quel territorio, che viene lavorato in modo artigianale per ottenere formaggi che saranno uno diverso dall’altro, ogni forma con una sua caratteristica sfumatura di sapore, a seconda della grandezza, dei pascoli utilizzati dalle mandrie, della stagione e di tante variabili che la produzione industriale non contempla e, anzi, evita come la peste regalandoci prodotti di fabbrica, dalle proprietà organolettiche quasi azzerate e un sapore spesso scialbo e identico per tutte le forme di quel formaggio. Anche in questo caso completerà il piatto degustazione delle delikatessen al formaggio di Mastro Titta.

Si conclude con un dessert a base di crema impreziosito dalle pesche di Leonforte (presidio Slow Food), dolci e succose peschette di una varietà Siciliana ormai in via di estinzione, che vengono insacchettate a mano una a una ancora acerbe sull’albero per proteggerle dagli insetti.  Una chicca da non perdere.

La cena è accompagnata da birre artigianali di gran calibro, tanto per tenere la nota.

Il tutto al prezzo buono giusto e pulito di Euro 25,00.

Prenoto anche per voi ? Be’ se volete fare da soli, affrettatevi : tel 076632336 opp.  info@gustoshop.eu

9 comments marzo 20th, 2009

Pici peperoni e provola dei Nebrodi

Una ricettina facile facile, profumata e gustosa, che io e la mia “personal assistant” abbiamo preparato in un battibaleno.

Abbiamo lavato e pulito i peperoni scelti appositamente di vari colori, liberandoli di picciolo, filamenti interni e semi. Li ho tagliati a listarelle larghe circa 1 cm. e li ho messi in padella nell’extravergine caldo. Dopo averli fatti sfrigolare un po’, abbiamo aggiunto degli ottimi pelati . Ho lasciato andare fino a cottura, cercando di mantenere i peperoni abbastanza croccanti. Alla fine abbiamo aggiunto tanto basilico spezzettando con le mani le foglie in più parti. Abbiamo lasciato coperto perchè il profumo del basilico avvolgesse tutto il sugo.

Scolati i pici, li ho ripassati in padella nel sugo di peperoni e poi li ho coperti con la provola dei Nebrodi tagliata a fettine sottili. Ho lasciato il fuoco bassissimo e ho coperto.

2 minuti 2, e la provola fila che è una bellezza e via, si fila anche noi, a tavola come un razzo !!!

2 comments marzo 16th, 2009

Si (ri)parte … FOOD&BOOK !

 

Parte la rassegna enogastroletteraria “Food&Book” organizzata da Slow Food Civitavecchia con il primo incontro curioso-goloso “Lungo il Po” : quattro chiacchiere con lo scrittore Michele Marziani, una delle penne enogastronomiche più accattivanti e sapienti, autore del libro

“Lungo il Po. Viaggio controcorrente alla scoperta di sapori, genti e leggende del Grande Fiume”

accompagnato per l’occasione da Mirco Mariotti dell’Azienda Vitivinicola “Fondo Luogaccio”, produttore di vini DOC del Bosco Eliceo.

Intervengono Andrea Giannasi, giornalista ed editore (Prospettiva Editrice), e Fabrizio Gabrielli (il co-autore del raffinato blog Monolocale in Centro, e autore letterario di belle promesse), fiduciario della condotta Slow Food di Civitavecchia.

A seguire, degustazione di Zuppa d’Anguilla alla Comacchiese e Filetti di Pesce Gatto Fritti preparati degli alunni dell’I.I.S. Viale Adige di Civitavecchia secondo le indicazioni di Michele Marziani, salami ferraresi e pampepati al cioccolato accompagnati dal Fortana rifermentato in bottiglia.

N.B. :  PRENOTAZIONE OBBLIGATORIA – scrivi a  slowfoodcivitavecchia@yahoo.it ENTRO E NON OLTRE IL 20 MARZO.

Ci vediamo lì ?

Add comment marzo 13th, 2009

Uffa

Uffa

come i bambini piccoli

uffa

Senza la nostra Nikon D200 con tutti i suoi obiettivi ci sentiamo nudi, ci manca un pezzo.

C’hanno fatto danno : fracassato la macchina e sottratto la Nikon che transitava nel bagagliaio per incredibili combinazioni, ma fatto sta, ora non c’è più. Quanto c’avranno fatto ? Sicuramente pochi soldi rispetto al suo valore e a noi, invece, hanno tolto anche un po’ di fantasia.

Momentaneamente, si intende.

Il tempo di rinfrancarsi e ripartire, proprio come se niente fosse.

Uffa.

8 comments marzo 11th, 2009

Orecchiette con ragù di cavallo e ricotta affumicata calabra (+ brasciole)

Non vi fate ingannare, non si tratta di una semplice montagnola di orecchiette ma di una vera e propria torre di Babele ! Se questo piatto potesse parlare sentiremmo un miscuglio di dialetti impressionante, e  effettivamente parla, a modo suo, intrecciando profumi e sapori incredibilmente diversi fra loro in un abbraccio armonioso e composito.

L’elenco degli ingredienti (x 4 persone) la dice lunga :

400 g. di orecchiette aromatizzate ai funghi porcini provenienti dal Molise. E’ un’azienda artigianale che si è concentrata sulle specialità dei boschi molisani (funghi e tartufi) coprendo anche il processo di aromatizzazione della pasta.

4 fettine spesse 1 cm di lardo al barolo, naturalmente dal Piemonte, un prodotto di nicchia che i Chiapella producono nelle Langhe da generazioni, facendo “affinare” il lardo già stagionato in barrique colme di barolo, ve lo immaginate il profumo voluttuoso ?

1 ricotta del seirass, anche questa dal Piemonte, una ricotta mista pecora e vacca, lavorata con l’aggiunta di  panna, che sa di latte fresco e arriva nel suo bel cono di tela bianca, incantevole nell’aspetto e delicata di gusto

1 ricotta affumicata calabra, gusto inconfondibile (chi l’ha provata non fa altro che richiederla!)

4 belle fettine spesse di pecorino sardo Giglio del Campidano, stagionato ma ancora pastoso, dal sapore intenso

1 bottiglia di passata di pomodoro

8 fettine di cavallo

Prezzemolo / mezza cipolla / 1 carota / 1 costa di sedano / mezzo bicchiere di vino rosso secco

Prima di tutto “batto” al coltello finemente le 4 fettine di cavallo per ottenerne l’effetto “macinato”, le altre 4 fettine le farcisco con tocchetti di lardo, di pecorino e prezzemolo tritato, chiudo con gli stecchini e gli involtini (chiamati “brasciole” nella tradizione pugliese – come da preziosa segnalazione di Elvira) sono pronti.

Cipolla carota e sedano tritati nell’evo caldo a soffriggere, aggiungo gli involtini e la carne batutta al coltello e lascio rosolare un attimo, mezzo bicchiere di vino rosso, lascio evaporare, pizzichino di sale sulla carne, un altro minuto ancora e giù la passata di pomodoro abbondante, altro pizzichino di sale e coperchio, lasciando sobbollire dolcemente per circa 2 ore e mezzo.

Quando è pronto il sugo butto giù le orecchiette nell’acqua salata che bolle. Mescolo un paio di coppini di ragù caldo con una bella cucchiata di ricotta del seirass, e poi amalgamo le orecchiette appena scolate. Servo in una scodella le orecchiette con una bella grattugiata di ricotta affumicata calabra e accanto l’involtino.

Che ci beviamo su ? Una barbera di classe, “La luna e i falò” di Terredavino, color rubino intenso, nel profumo sentori di viola, liquirizia e vaniglia che tornano anche in bocca insieme a note di frutti di bosco. Finale persistente. Un godimento.

Marta si finisce le orecchiette con un ritmo costante, quasi martellante. Poi attacca l’involtino dalla farcitura, mi guarda con occhio supplichevole e mi tende la forchetta. Gli esce addirittura un “fa’ tu mammina” per cercare di velocizzare i miei movimenti da bradipo. Mi adopero. Guarda gioiosa i suoi pezzetti di carne completi di farcitura già pronti per le prossime forchettate e si rituffa nel piatto. Il pomodoro gli arriva fino al naso e sotto il mento, la forchetta va e viene e fra un boccone e l’altro sorride estasiata.

No greater satisfaction for a cooking mum…

10 comments marzo 4th, 2009

“Le Capezzine” di Avignonesi

Era già diverso tempo che ci riproponevamo di andare a visitare la fattoria di Avignonesi, sulle colline della Valdichiana, a due passi da Montepulciano (SI) e finalmente ci siamo riusciti anche se la giornata era un po’ grigia, il cielo livido, quasi brumoso, e faceva un bel freschin, di quelli da staccarti il naso. Però una gran bellezza. La campagna tutto intorno, dai confini incerti, quel lieve palpito che puoi percepire solo in certe mattine invernali apparentemente ferme e silenziose. E poi la fattoria ottocentesca che trasmette un gradevole senso di pulizia e di nettezza ma anche di antico e di famigliare che ci ha fatto sentire da subito a casa. Massimiliano La Rosa – valido collaboratore di Avignonesi – ha fatto gli onori di casa e con i suoi modi gentili e affabili ci ha condotto in un piccolo viaggio nella storia e nella  tradizione centenaria della famiglia, ma anche nella magia di profumi ammalianti e atmosfere suggestive. Quasi commovente l’incontro con i grappoli di Prugnolo gentile lasciati ad appassire sui graticci di legno concentrando profumi e sapori prima di passare alla spremitura soffice che ne trarrà il prezioso mosto dal colore ambrato scuro destinato a diventare – con il sapiente aiuto del tempo (affinamento di 10 anni !) – il mitico vinsanto “Occhio di pernice”, il fiore all’occhiello di Avignonesi.

Ce ne siamo stati lì, a due passi da quei grappoli sdraiati, di un colore blu-violaceo, nell’aria un profumo ammaliante che invade i recessi più nascosti dei tuoi pensieri. Meraviglia. Poi se pensi che tutto questo bendidio diventa un elisir capace di spedirti in paradiso per la sua infinita complessità, allora ti emozioni proprio.

La  vinsantaia incute un certo rispetto, una sorta di reverenza. E’ lì che il vinsanto riposa e con il tempo e la sapiente tecnica dei rimbocchi acquista la preziosità tipica di questo vino. Sembra di muoversi lungo la navata di una chiesa : la luce filtra nel sottotetto, i caratelli ti guardano dalle loro file ordinate e ti sembra giusto osservare un riguardoso silenzio.

I rossi dry di Avignonesi non sono da meno. Degni di nota certamente Il “Desiderio” e il “50&50″. Il primo è un uvaggio di merlot 85% e cabernet sauvignon 15%, affinamento 18 mesi in barrique e 9 mesi in bottiglia. Il colore è rubino brillante, in naso emerge subito un bouquet di frutti rossi/spezie e in bocca il vino è vellutatato e pieno. L’etichetta ritrae l’ormai celebre toro chianino “Desiderio” vissuto nella seconda metà dell’ottocento, caponucleo della fattoria, allora importante centro di selezione della razza Chianina.  Anche il 50&50 fatto in collaborazione con la fattoria chiantigiana “Capannelle” è un uvaggio (50%merlot di Avignonesi e 50% sangiovese di Capannelle) che fa 36 mesi di affinamento in barrique guadagnandone in corpo e robustezza. Al naso presenta una bella sequenza di profumi (spezie, vaniglia, tabacco) che si ripropongono all’assaggio, in cui risulta persistente e intenso, con finale lungo. Ce li siamo felicemente degustati durante l’ottimo pranzo in fattoria.

La vigna tonda invece sarebbe degna di una tesi di laurea. L’argomento è complesso e interessante. E’ una vigneto sperimentale ideato per constatare scientificamente l’influenza che la densità e il portainnesto hanno sulla resa della vigna stessa. Eccola qua :

Siamo tornati a casa rilassati e contenti, animati da una bellissima sensazione, quella di aver toccato con mano un pezzo di storia della grande tradizione vinicola italiana.

4 comments marzo 1st, 2009


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